Roma, 30 ott. (askanews) – ‘I presidenti per un motivo o per l’altro perdono sempre le midterm’ ha dichiarato qualche giorno fa il presidente americano Donald Trump nello Studio Ovale, dando indirettamente credito ai sondaggi che vedono in vantaggio i Democratici sul partito Repubblicano, in una delle elezioni congressuali più seguite degli ultimi tempi. Secondo gli ultimi rilevamenti, a pochi giorni dal voto del prossimo 3 novembre, i Dem avrebbero dalla loro il 53% dei votanti mentre il 43% sarebbe a sostengo dei Repubblicani. Uno scenario che segue la regola americana che porta l’inquilino della Casa Bianca a trasformarsi in ‘un’anatra zoppa’ dopo le elezioni di metà mandato.
A pochi giorni dal voto, un nuovo sondaggio del New York Times e dell’Università di Siena rileva che il tasso di approvazione del presidente Trump ha toccato un nuovo minimo storico, a causa dell’ampia disapprovazione per la sua gestione dell’economia, della guerra in Iran e degli alti prezzi della benzina. Solo il 36% dei probabili elettori ha dichiarato di sostenere l’operato del presidente Trump, mentre il 59% ha espresso la propria disapprovazione. Si tratta dell’indice di gradimento più basso mai registrato in un sondaggio del Times/Siena nei confronti del capo della Casa Bianca.
Il Nyt riproduce un quadro politico nazionale fosco per i Repubblicani. Secondo il quotidiano newyorchese, gli americani esprimono in larga misura un giudizio negativo sulle condizioni economiche sotto l’amministrazione Trump: tre quarti di loro giudicano l’economia mediocre o pessima. La maggioranza degli elettori attribuisce a Trump la responsabilità del peggioramento: il 69% disapprova il suo operato sul costo della vita, il 65% disapprova la sua gestione della guerra in Iran e quasi tre quarti disapprovano il suo operato sui prezzi della benzina, che hanno superato i 4 dollari al gallone.
Una delle principali criticità riscontrate nei confronti della Casa Bianca è quella di non essere stata in grado di mantenere le promesse. Paul Gettings, un repubblicano che a giugno ha perso il lavoro alla guida di un’azienda di logistica, ha dichiarato al Nyt di aver sostenuto Trump nel 2024, ma di voler appoggiare i democratici quest’anno. Tra le sue motivazioni ha citato la frustrazione per gli alti prezzi della benzina, la guerra in Iran e quella che considera una rigida applicazione delle leggi sull’immigrazione a Simi Valley, in California, dove risiede. ‘Sono molto disilluso dal Partito Repubblicano e dal fatto che continuino a sostenere Trump’, ha detto il signor Gettings, di 62 anni. ‘Si è trasformato in un politico come tutti gli altri, pieno di promesse vuote’.
Nonostante il tasso di approvazione nei confronti del presidente americano sia alto tra gli elettori repubblicani – Yougov attesta un 80% di favorevoli all’inquilino della Casa Bianca tra i propri sostenitori -, la decisione del presidente Trump di accentrare su di sé la campagna elettorale potrebbe comportare più svantaggi che opportunità secondo quanto evidenziato da Politico. A tal proposito, gli ultimi sondaggi presentati dal media statunitense mostrano che gli elettori democratici alle elezioni di metà mandato sono più motivati a opporsi al presidente di quanto gli elettori repubblicani lo siano a sostenerlo. Molti elettori repubblicani preferiscono che il proprio candidato locale punti alla vittoria, anche a costo di esprimere critiche nei confronti del presidente.
Il sondaggio condotto dalla società londinese PF Global evidenzia come l’opposizione a Donald Trump rappresenti una delle principali motivazioni al voto per gli elettori democratici: quasi la metà dichiara che voterà alle elezioni di metà mandato soprattutto per contrastare il presidente, mentre tra gli elettori repubblicani soltanto il 38% afferma di votare principalmente per sostenerlo. Tra questi ultimi, la motivazione più citata è tuttavia il sostegno al candidato del proprio collegio, indicato dal 48% degli intervistati. Tra gli elettori democratici, la stessa risposta raccoglie il 37% delle preferenze. ‘(Trump, ndr) motiva i Democratici molto più dei Repubblicani, al 100%’, ha dichiarato Doug Heye, stratega repubblicano di lunga data a Politico. ‘Forse sarebbe stato così comunque, ma oggi è ancora più vero, con parole come ‘diesel’ e ‘Iran’ che sono ormai entrate nel dibattito politico quotidiano’.
Le elezioni di metà mandato, tuttavia, non si configurano soltanto come un referendum sull’operato del presidente. Secondo un’indagine condotta dall’istituto di sondaggi Gallup, economia, sanità e crisi con Teheran figurano tra gli 11 temi più rilevanti per gli elettori statunitensi in vista del voto di quest’anno. Per la metà degli elettori registrati, economia e sanità sono questioni ‘estremamente importanti’ ai fini della scelta elettorale; il 47% attribuisce la stessa rilevanza all’Iran. Seguono la distribuzione del reddito e della ricchezza (44%), i prezzi della benzina (42%), l’immigrazione (40%) e l’aborto (38%). Anche la criminalità e la situazione israelo-palestinese (35% ciascuna) sono considerate estremamente importanti, mentre la costruzione di centri dati per l’intelligenza artificiale (30%) e il cambiamento climatico (29%) si classificano agli ultimi posti, riferisce l’istituto statistico.
Il vantaggio attribuito dai sondaggi al Partito Democratico si inserisce in una tendenza storica consolidata: nelle elezioni di metà mandato, il partito del presidente è spesso penalizzato dagli elettori e rischia di perdere il controllo dell’intero Congresso o di una delle due Camere. Secondo i dati dell’American Presidency Project, dal 1946 si sono svolte 20 elezioni di metà mandato. In 18 occasioni, il partito del presidente ha perso seggi alla Camera dei Rappresentanti: una ricorrenza pari al 90% dei casi, che evidenzia quanto sia difficile per la forza politica alla Casa Bianca evitare un arretramento elettorale a metà del mandato presidenziale.
La tendenza ha riguardato anche presidenti molto popolari. Nel 1958, il Partito Repubblicano di Dwight Eisenhower perse 47 seggi alla Camera, nonostante il presidente avesse un indice di approvazione del 57%. Anche Gerald Ford e il Partito Repubblicano persero 43 seggi nel 1974, quando il 54% degli americani approvava l’operato del presidente. Ford si trovava ancora nella fase iniziale di consenso che spesso accompagna l’insediamento di un nuovo presidente: era in carica da circa tre mesi quando si svolsero le elezioni. L’ottimo risultato dei Democratici fu probabilmente più una conseguenza dell’eredità del suo predecessore, Richard Nixon, che si era dimesso nell’agosto 1974 in seguito allo scandalo Watergate, quando il suo indice di approvazione era appena del 24%, e delle cattive condizioni economiche.
Tuttavia, nel corso della storia americana, ci sono state due occasioni in cui il partito del presidente in carica ha invertito la consuetudine e ha guadagnato seggi. Gli ex presidenti americani Bill Clinton e George W. Bush hanno visto il proprio partito guadagnare seggi alle elezioni di metà mandato rispettivamente nel 1994 e nel 2002. Entrambi godevano di un elevato indice di approvazione poco prima di quelle elezioni: il 66% per Clinton e il 63% per Bush.
Nonostante i sondaggi stiano pronosticando una marea blu alla Camera e una lotta serrata al Senato, il quotidiano Usa Today ha messo in guardia dall’affidarsi ciecamente alle previsioni. Secondo il giornale americano, difatti, i sondaggisti starebbero sovrastimando le possibilità di una vittoria democratica schiacciante a novembre. ‘Dobbiamo riconoscere che i sondaggi non sono previsioni del futuro; sono istantanee di un momento preciso’, ha affermato in un’intervista Tatishe Nteta, professore di scienze politiche all’Università del Massachusetts Amherst e direttore del sondaggio UMass. ‘Non siamo indovini, non stiamo dicendo a Giulio Cesare che morirà alle Idi di marzo, ma quello che possiamo dirvi è che Cesare probabilmente si trova nei guai’.
In un editoriale pubblicato su The Hill, il presidente del Pew Research Center, Michael Dimock, ha sostenuto che nel settore ci sono meno aziende di alta qualità e che stanno emergendo nuovi operatori che utilizzano metodi più economici. ‘Con il passare del tempo, la situazione si è fatta più complessa e il 2026 si arricchisce di una serie di incognite che complicano ulteriormente le cose: una tempesta perfetta, ricca di elementi che possono generare confusione’, ha affermato Dimock. ‘Ognuno di questi fattori potrebbe riservare sorprese impossibili da prevedere, anche per i sondaggi di altissima qualità’. Tra i problemi più gravi, ha osservato Dimock, ci sono studi che dimostrano come in alcuni sondaggi siano presenti sempre più ‘partecipanti fasulli’ generati da bot basati sull’intelligenza artificiale, il che rende più difficile per gli elettori fidarsi del sistema.
Per Usa Today sono diversi gli stati che devono considerarsi incerti come Texas, Ohio e Iowa, con elezioni che potrebbero ora concludersi in modo imprevedibile. Secondo gli osservatori, la misurazione di tali competizioni risulta più complessa persino per le società di sondaggi più rinomate, a causa della minore affluenza alle urne nelle elezioni di metà mandato, dell’incertezza relativa alle modalità di voto, come il voto per corrispondenza, e della maggiore propensione degli elettori repubblicani, spesso restii, a ignorare i sondaggisti. Nel 2024, la media dei sondaggi mostrava costantemente l’ex vicepresidente Kamal Harris in vantaggio di circa un punto e mezzo, vantaggio che Trump alla fine ribaltò completamente per tornare al potere. ‘Storicamente i sondaggi hanno sempre teso a favorire i Democratici, e noi abbiamo sempre superato i sondaggi negli ultimi due cicli elettorali’, ha dichiarato a Usa Today Joe Gruters, presidente del Comitato Nazionale Repubblicano. ‘Se dovessi dare credito ai sondaggi, il presidente non sarebbe mai stato eletto in nessuna delle due occasioni’.
(di Lorenzo Della Corte)