Roma, 3 nov. (askanews) – La distanza tra Cina e Stati Uniti nella corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale è meno pronunciata di quanto suggeriscano le cifre comunemente utilizzate per confrontare le due potenze tecnologiche. Se si considera l’insieme delle risorse destinate allo sviluppo dell’Ia, e non soltanto gli investimenti dei maggiori gruppi tecnologici, la spesa cinese raggiunge circa un quarto di quella americana. Il divario resta invece molto più ampio quando si misura il contributo dell’intelligenza artificiale alla crescita economica dei due Paesi. E’ quanto emerge da uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori collegato al China Finance 40 Forum (CF40), influente centro studi economico e finanziario cinese.
Secondo il rapporto, nel 2026 la spesa complessiva della Cina per l’intelligenza artificiale dovrebbe raggiungere 220 miliardi di dollari, contro gli 840 miliardi previsti negli Stati Uniti. La stima cinese comprende 160 miliardi di investimenti in conto capitale, destinati principalmente a infrastrutture, capacità di calcolo e tecnologie necessarie allo sviluppo dell’Ia, ai quali si aggiungono 60 miliardi di spese per l’addestramento e l’utilizzo operativo dei modelli.
La fotografia è dunque sensibilmente diversa da quella ottenuta confrontando esclusivamente gli investimenti dei principali gruppi tecnologici, parametro frequentemente adottato dagli analisti internazionali. In quest’ultimo caso, secondo il CF40, la spesa cinese risulterebbe pari ad appena un ottavo di quella statunitense. “Il divario negli investimenti nell’intelligenza artificiale tra Cina e Stati Uniti è reale, ma non dovrebbe essere misurato semplicemente attraverso le spese in conto capitale delle maggiori aziende tecnologiche”, sottolineano i ricercatori.
La differenza riflette anche i diversi modelli di sviluppo adottati dalle due economie. Negli Stati Uniti l’espansione dell’IA è trainata soprattutto dai colossi tecnologici e dai grandi fornitori di servizi cloud, come Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta e Oracle, impegnati nella costruzione di enormi data center e nell’acquisizione di semiconduttori avanzati. In Cina, accanto agli investimenti di gruppi come Alibaba, Tencent, Baidu e ByteDance, assumono un peso significativo anche le imprese delle telecomunicazioni, gli investimenti infrastrutturali e i programmi di sostegno pubblico all’industria tecnologica.
La maggiore presenza dello Stato nel sistema cinese rende più complesso ricostruire l’ammontare effettivo delle risorse mobilitate. Uno studio pubblicato a gennaio dalla banca d’investimento China International Capital Corporation (CICC) stimava per il 2025 investimenti privati nell’Ia pari a circa 90 miliardi di dollari in Cina, contro 552 miliardi negli Stati Uniti. Sul versante dei finanziamenti pubblici, invece, la ricerca attribuiva alla Cina circa 75 miliardi di dollari, contro 11 miliardi americani, evidenziando una differenza sostanziale nella composizione degli investimenti.
Il dato più significativo dello studio del CF40 riguarda l’impatto sull’economia reale. Secondo le stime dei ricercatori, l’aumento degli investimenti dei maggiori fornitori americani di servizi cloud dovrebbe contribuire per quasi 1,3 punti percentuali alla crescita del prodotto interno lordo statunitense nel 2026. In Cina, invece, l’incremento degli investimenti in conto capitale legati all’intelligenza artificiale dell’insieme delle imprese dovrebbe assicurare un contributo inferiore a 0,4 punti percentuali.
“Negli Stati Uniti l’intelligenza artificiale è diventata un importante motore della crescita economica, mentre il suo contributo all’espansione dell’economia cinese rimane relativamente limitato”, osserva il rapporto. Le stime riguardano soprattutto l’effetto immediato degli investimenti sulla domanda e sull’attività economica, e non costituiscono una misura complessiva degli incrementi di produttività che l’adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe produrre nel medio e lungo periodo.
La questione è particolarmente importante per Pechino, impegnata a individuare nuovi motori di sviluppo mentre l’economia continua a confrontarsi con le difficoltà del settore immobiliare e la debolezza della domanda interna. In un precedente studio pubblicato a giugno sul sito del CF40, l’economista Lu Ting aveva stimato che gli investimenti cinesi direttamente e indirettamente collegati all’IA avrebbero potuto raggiungere nel 2026 circa 1.200 miliardi di yuan, equivalenti allo 0,8% del Pil. Lo stesso economista aveva tuttavia avvertito che l’espansione delle nuove tecnologie non sarebbe stata sufficiente, da sola, a compensare gli effetti della prolungata crisi immobiliare.
Altri studi mettono in evidenza le difficoltà finanziarie associate alla competizione tecnologica. Un’analisi pubblicata a settembre dalla società di ricerca americana Rhodium Group stimava che gli investimenti cinesi nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale sarebbero più che raddoppiati quest’anno, raggiungendo 139 miliardi di dollari, ma rimanendo comunque al 15-20% dei livelli statunitensi secondo il perimetro di calcolo adottato. La ricerca segnalava inoltre che Alibaba, Tencent e Baidu avevano registrato complessivamente un flusso di cassa libero negativo per 16 miliardi di yuan nel primo semestre, a conferma della pressione esercitata dai nuovi investimenti sulla capacità finanziaria delle imprese.
Un ulteriore elemento della competizione riguarda l’efficienza nell’utilizzo delle risorse. Mentre le imprese americane puntano su infrastrutture di calcolo sempre più grandi e costose, la strategia cinese attribuisce crescente importanza allo sviluppo di modelli meno onerosi, alla diffusione di sistemi aperti e all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi industriali. Questa impostazione consente di ridurre alcune esigenze di capitale, ma non elimina i vincoli legati alla disponibilità dei semiconduttori più avanzati e alla capacità di finanziamento delle aziende.
Il tema è stato affrontato anche nel rapporto annuale del CF40 presentato il 20 ottobre a Shanghai, secondo il quale la nuova economia e l’intelligenza artificiale stanno assumendo un ruolo crescente nel sostegno agli investimenti manifatturieri cinesi. I ricercatori hanno sottolineato in particolare la forte espansione del commercio legato alle filiere dell’IA e la necessità di sviluppare nuove infrastrutture di calcolo e reti energetiche per sostenere la trasformazione tecnologica.
La sfida, dunque, non riguarda soltanto quanto Pechino e Washington saranno disposte a spendere, ma la capacità di trasformare i rispettivi investimenti in applicazioni produttive, ricavi e incrementi duraturi di produttività. E se le stime del CF40 suggeriscono che il divario finanziario tra i due Paesi sia meno marcato di quanto spesso si ritenga, indicano anche che, almeno per il momento, l’intelligenza artificiale esercita una spinta sulla crescita economica americana sensibilmente superiore a quella osservata in Cina.