Roma, 21 ott. (askanews) – Ieri Oslo, oggi San Pietroburgo: la due giorni di vertici sull’Ucraina si è conclusa con una serie di dichiarazioni incoraggianti sul progresso nei negoziati, ma senza alcuna svolta – almeno nel senso di aver incanalato le conversazioni verso una soluzione a breve termine.

L’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, ha trasmesso le “proposte interessanti” – non meglio specificate – uscite dalla riunione norvegese a un Vladimir Putin che si è di nuovo detto grato per la mediazione dell’amministrazione Trump, senza che al termine di tre ore di colloqui dal Cremlino sia filtrato nient’altro che un assai poco incoraggiante “nulla di grande valore concreto per una risoluzione della crisi”.

Anche Volodymyr Zelensky da parte sua ha ribadito in un’intervista a Fox News quella che è la linea di Kiev ormai da lungo tempo: sì a un “congelamento” della situazione sul campo, come punto di partenza per un avvio dei negoziati di pace; in sostanza, una tregua in cui l’unica novità è il fatto che il governo ucraino accetta – ma solo temporaneamente – una realtà che vede un quarto del territorio in mano russa.

Questo scenario è però proprio quello a cui da tempo ugualmente lungo Mosca si oppone: un accordo di pace complessivo sì, un cessate il fuoco no, come ieri ha ribadito lo stesso ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov con la formula “nessuna concessione politica”.Il braccio di ferro quindi continua, sullo sfondo di una campagna elettorale per le elezioni di midterm statunitensi in cui l’amministrazione Trump ha cercato di forzare la mano a Zelensky, prima criticandolo apertamente come un ostacolo alla pace, poi – a detta della stampa – autorizzando Elon Musk a ridimensionare temporaneamente l’uso della rete Starlink.

La disponibilità di Zelensky a un “accordo di pace” sulla base della situazione attuale – intesa però come punto di partenza e non di arrivo – segue la dichiarazione di Kiev sulla ristabilita condivisione delle informazioni di intelligence sui lanci di missili russi; d’altra parte, il Presidente ucraino ha deciso di non attendere Witkoff al suo ritorno a Oslo, il che non fa presagire progressi troppo positivi dal punto di vista di Kiev.

In attesa di segnali più chiari su quali siano le proposte discusse ad Oslo e presentate a San Pietroburgo, sul campo continuano i bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche e logistiche ucraine. Anche la “tregua energetica” proposta dall’amministrazione Trump rimane per ora un miraggio – in attesa di un possibile nuovo ciclo di colloqui a tre che secondo fonti russe potrebbe tenersi attorno al 10 novembre ad Abu Dhabi.

In tutto ciò la presenza europea rimane limitata: il premier norvegese Jonas Garth Store e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno assistito all’incontro di Oslo, ma è improbabile che abbiano avuto troppa voce in capitolo; il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha insistito sul fatto che “la capitolazione dell’Ucraina non è un’opzione, perché significherebbe la capitolazione di tutti noi”: un punto di vista che la Casa Bianca (per non parlare del Cremlino) sembra ora condividere.

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